mercoledì 27 luglio 2016

Interferenti endocrini: dalla catena alimentare alla gravidanza

L'esposizione a contaminanti ambientali può avere conseguenze negative sulla salute riproduttiva. Queste sostanze, rilasciate nell'ambiente, persistono per lungo tempo, ognuna secondo le sue caratteristiche, o come composto di partenza o come sottoprodotto della sostanza iniziale. In quest'ultimo caso, c'è anche la possibilità che il sottoprodotto sia ancora più nocivo del composto originario.

Un interferente endocrino è definito come un agente esogeno naturale o di sintesi che interferisce con la produzione, il rilascio, il trasporto, la metabolizzazione, l'azione o l'eliminazione di ormoni naturali nell'organismo, responsabili del mantenimento dell'omeostasi (l'attitudine propria degli organismi viventi a conservare le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne dell'ambiente tramite meccanismi di autoregolazione) e della regolazione di processi riproduttivi e di sviluppo (WHO).
Il bioaccumulo può comportare alterazioni ormonali, alterazione della riproduzione, teratogenesi, immunotossicità e carcinogenesi in maniera diretta oppure attraverso l'influenza sulle reazioni metaboliche del nostro organismo.


Una potenziale fonte di contaminazione deriva dai prodotti agricoli, se metti a contatto con tali contaminanti (utilizzo di pesticidi, inquinamento atmosferico, ecc), per cui può verificarsi un coinvolgimento a livello della catena alimentare, il che suggerisce di curare molto la propria alimentazione, prediligendo prodotti freschi, di stagione, a filiera corta e di origine nota, in modo da essere il più sicuri possibile di ciò che si sta per mangiare.

E' importante lavare bene frutta e verdura prima di consumarle ed utilizzare contenitori per alimenti certificati come tali. Non mettere in freezer o in forno o forno a microonde recipienti che non sono certificati per questo scopo per evitare di sprigionare sostanze nocive. 

E' importante avere un'alimentazione varia ed equilibrata, ricca di tutti i nutrienti, soprattutto se si sta programmando una gravidanza (questo suggerimento vale sia per le mamme che per gli aspirati papà), in modo da avere buoni livelli di tutti i minerali e le vitamine necessarie a favorire il processo riproduttivo e lo sviluppo del bambino.

Laddove possibile è importante evitare l'esposizione a sostanze nocive (evitare fumo, alcol, evitare zone ad alto tasso di inquinamento atmosferico, evitare l'utilizzo di oggetti di dubbia manifattura o non certificati, evitare l'abuso di sostanze chimiche come tinture per capelli o prodotti semipermanenti per il trattamento e l'estetica delle unghie).

mercoledì 16 marzo 2016

Olio di palma: davvero così pericoloso?

Articolo apparso sul numero di febbraio 2016 di MONDO IES di dott.ssa Giovanna Corona

Era il 13 dicembre 2014, quando entrò in vigore il Regolamento Europeo 1169/2011, che riguardava l’etichettatura dei prodotti alimentari e i criteri da adottare per indicarne gli ingredienti. Un Regolamento Europeo, quindi valido in tutti i paesi membri, compresa l’Italia.
Tra le regole introdotte per l’etichettatura, una fece più rumore di tutte: l’obbligo, da parte dei produttori, di indicare la tipologia degli oli presenti, precedentemente indicati con la locuzione generica “oli vegetali”. Dal 13 dicembre in poi, avrebbero dovuto specificare se si trattava di olio di semi, olio di girasole o, ad esempio, olio di palma.
L’olio di palma, già in passato, era stato duramente criticato per le sue proprietà nutrizionali, ma verso la fine degli anni ’80 la polemica era andata scemando. In compenso gli anni ’90 hanno visto una notevole produzione scientifica riguardante questo prodotto e l’entrata in vigore del Regolamento Europeo ha rimesso di nuovo tutto in discussione.

Per quale motivo? Cos’è l’olio di palma e perché fa tanta paura? Il grasso di palma (denominazione più corretta in quanto a temperatura ambiente si presenta allo stato solido e non liquido) è un grasso vegetale saturo non idrogenato, estratto attraverso vari processi di tipo industriale dai frutti delle palme da olio. Alla fine della lavorazione se ne ricava un olio di colore rossastro, dovuto alla massiccia presenza di beta carotene. Trattandosi di un acido grasso saturo a lunga catena (16 atomi di carbonio), alcuni studi hanno portato alla conclusione che la sua assunzione possa aumentare i livelli di colesterolo LDL (il cosiddetto “colesterolo cattivo”) nel sangue ed aumentare, quindi, anche il rischio cardiovascolare. A questi, però, nel tempo, si sono contrapposti altri studi che, invece, hanno “scagionato” l’olio di palma dal rischio di aumento del colesterolo LDL, in quando esso contiene anche il 38% di acido oleico, noto anche con il nome omega – 9, che è, invece un grasso protettivo. Al momento attuale, la discordanza tra le conclusioni dei vari studi non ha ancora portato ad un giudizio definitivo riguardo agli effetti sulla salute dell’olio di palma, in relazione agli altri acidi grassi saturi (olio di cocco, olio di semi, ecc). Ciò che è certo, è che con gli acidi grassi insaturi (soprattutto monoinsaturi, tra i quali ricordiamo l’olio extravergine di oliva), non esistono diatribe ed il loro effetto sulla salute è benefico (grazie alla presenza dei polifenoli che tendono ad abbassare il livello di colesterolo LDL nel sangue).

Il vero problema legato all’olio di palma è l’abuso che se ne fa nella vita quotidiana. Poiché la sua produzione comporta un basso costo, è utilizzato tantissimo sia come ingrediente in prodotti alimentari da forno e confezionati, ma anche come ingrediente cosmetico, all’interno di saponi e creme.
La maggior parte della popolazione consuma più volte al giorno prodotti confezionati e prodotti da forno (fette biscottate, biscotti, merendine, derivati del pane) ed utilizza cosmetici, esponendosi ad un accumulo di olio di palma all’interno del proprio organismo.
Dopo il 13 dicembre 2014, con l’evidenziazione in etichetta della presenza di questo ingrediente, molti hanno orientato le proprie scelte verso prodotti privi di questo olio vegetale, spinti anche dal tormentone mediatico utilizzato dalle aziende produttrici stesse per pubblicizzare i propri prodotti “senza olio di palma”.

Ma se non c’è olio di palma cosa c’è in questi alimenti? In genere olio di girasole, olio di semi, burro, margarina che sono ugualmente acidi grassi saturi (il burro di origine animale, gli altri di origine vegetale), che, in quanto tali, hanno sul sangue gli stessi effetti dell’olio di palma. Anzi, ad un confronto più attento, l’olio di palma che mantiene il suo colore rossiccio (quindi non raffinato eccessivamente) contiene anche caroteni, coenzima Q10 e vitamina E, che, tutto sommato, sono sostanze utili al nostro organismo, particolare non sempre riscontrabile nei suoi sostituti.
Quindi il problema non può essere risolto?

Il problema può essere risolto ricorrendo alle buone prassi di sana alimentazione, ovvero, cercare di incentrare le proprie scelte verso alimenti più naturali e meno industriali, riservando ai prodotti confezionati solo alcune occasioni. Se abbiamo l’abitudine di far colazione con delle fette biscottate, ma per il resto della giornata evitiamo di consumare altri prodotti da forno derivati e ci focalizziamo su un consumo di pane e cereali integrali, scegliamo spuntini “fatti in casa” o a base di frutta e verdura, utilizziamo carne, pesce, formaggi, latticini e uova freschi, la presenza o meno dell’olio di palma a colazione sarà pressoché ininfluente.

Ma il problema dell’olio di palma non è solo di tipo nutrizionale. Poiché la produzione di olio di palma ha un costo relativamente basso, rispetto alle altre produzioni, a livello di mercato la richiesta è molto alta, per cui è necessario aumentare la coltivazione delle palme, di cui la gran parte è effettuata in Malesia. Questa grande richiesta ha favorito il disboscamento della foresta tropicale, poiché è lì che le condizioni climatiche consentono la crescita di tale pianta, ma ha anche favorito processi di rifertilizzazione del suolo che vengono attuati attraverso incendi appiccati alla foresta stessa. Questi fenomeni sono andati via via aumentando, fino a generare anche problemi di tipo sociale (ad es. limitazione del traffico aereo a causa della poca visibilità in atmosfera dovuta al fumo dei roghi).
A fronte delle polemiche sorte negli ultimi anni, che sono sfociate anche in petizioni ufficiali per l’arresto di queste bad practises agricole, il Malaysian Palm Oil Council (appunto, il maggior produttore in Malesia) ha iniziato ad attuare delle politiche di riduzione di impatto ambientale ed ultimamente ha avviato anche le procedure per ottenere delle certificazioni di sostenibilità.


Poiché, però, anche la produzione delle altre tipologie di oli vegetali non di palma genera problemi di sostenibilità (seppur di livello inferiore), il consiglio da poter dare è sempre lo stesso: innanzitutto informarsi sempre al meglio, sia a livello mediatico, attraverso fonti accreditate, sia a livello specifico, prendendo l’abitudine di leggere bene le etichette e comprendere cosa davvero contiene il prodotto che stiamo per consumare; inoltre è importante mantenere uno stile di vita (e, quindi, anche di alimentazione) sano, equilibrato e vario. E’ preferibile che i prodotti industriali integrino la nostra alimentazione e non ne diventino i componenti principali. In questo modo possiamo ridurre al minimo l’assunzione (e quindi anche gli effetti) di sostanze non proprio salutari e limitiamo lo sfruttamento smisurato e fuori controllo dell’ambiente, anche di quello che non ci tocca da vicino perché lontano da noi migliaia di km. A proposito, quando possibile, per dare una mano all’ambiente, scegliamo il km zero.  

mercoledì 6 gennaio 2016

Carbone vegetale: cos'è e a cosa serve?

Da un po' di tempo a questa parte se ne sente parlare tanto e si legge spesso tra gli ingredienti di numerosi prodotti da forno e non solo: il CARBONE VEGETALE. Ma cos'è e a che serve?

Il carbone vegetale si presenta in polvere ed è ottenuto da una combustione senza fiamma ad alte temperature (intorno ai 500 - 600 °C) in atmosfera priva di ossigeno di diversi tipi di legno (betulla, pioppo, salice, ecc) o anche da segatura o gusci di frutta secca. 

Il carbone vegetale, noto anche come carbone attivo, ha la capacità di adsorbire (ovvero legare alla sua superficie) le sostanze tossiche dal nostro organismo, in modo da impedirne l'assorbimento da parte dell'intestino e, quindi, l'immissione in circolo, favorendone, invece, l'eliminazione attraverso le feci. A livello terapeutico viene utilizzato anche in casi di avvelenamenti o intossicazioni o in preparazione ad alcuni esami clinici (come, ad esempio, l'ecografia addominale) che prevedono una pulizia gastrointestinale.

Data la sua funzione adsorbente viene, quindi, utilizzato, anche per limitare fenomeni di gonfiore addominale, meteorismo e flatulenza, anche se bisogna, come con ogni sostanza estranea al nostro organismo, utilizzarla con moderazione. 

Innanzitutto, bisogna fare attenzione se si assumono farmaci. La capacità dei carboni attivi di sequestrare sostanze dall'intestino vale anche per i farmaci, che, quindi, se assunti insieme al carbone o a poco tempo di distanza )sia prima che dopo) possono avere una minore efficacia.

Un altro problema che si può riscontrare è che, utilizzato in dosi eccessive, per tempi prolungati o in condizioni in cui non ce ne sia bisogno, possa sottrarre anche sostanze "buone", come i minerali essenziali, calcio, potassio, rame, zinco o altri nutrienti di cui necessitiamo, portandoci ad una situazione di carenza.

Come additivo alimentare, secondo quanto stabilito dall'EFSA (European Food Safety Authority), la maggiore autorità a livello europeo per la sicurezza alimentare, l'utilizzo del carbone vegetale all'interno degli alimenti è autorizzato sotto forma di colorante, la cui sigla è E153 (reg. CE n. 1333/2008, reg. UE n. 1129/2011).


Sempre secondo le autorità europee (anche specificato dal Ministero della Salute, con nota del 22 dicembre 2015), il carbone vegetale non può essere considerato un ingrediente e non può comparire in etichetta come ingrediente. Gli alimenti con aggiunta di carbone vegetale non possono essere considerati "terapeutici" e non possono riportare scritte che ne indichino un utilizzo terapeutico. Inoltre, l’impiego del carbone vegetale non è ancora previsto per gli alimenti venduti con la denominazione “pane” bensì per i “sostituti del pane”, quali ad esempio grissini, cracker, gallette, pizze e schiacciate, taralli, fette biscottate, etc.

lunedì 7 dicembre 2015

Frutta, verdura, salute e inquinamento: quali relazioni?

L’importanza del consumo dei vegetali è dovuta alle grandi proprietà di tali prodotti che ci consentono di fare prevenzione primaria, ovvero aiutano a prevenire gran parte delle patologie, gastrointestinali, cardiovascolari, tumorali, grazie alla presenza di minerali e vitamine con funzione antiossidante che contrastano la formazione di radicali liberi, alla base di gran parte delle patologie. Inoltre le fibre in essi contenuti modulano l’assorbimento degli altri nutrienti.

Ormai, però, sono anni che sentiamo tanto parlare di problemi ambientali, inquinamento, contaminazioni e molto spesso il pensiero che questi problemi possano compromettere la salubrità dei prodotti della terra, da sempre ritenuti quanto di più buono e sano possa esserci, può scatenare qualche dubbio e qualche riflessione.

Possiamo essere sicuri di ciò che mangiamo? Ciò che preoccupa maggiormente, in quanto più diffuso e di impatto immediato, è l’inquinamento atmosferico, quello derivante dalle aree industriali, dallo smog delle città, dalle cattivi abitudini (dar fuoco senza controllo a materiali di scarto, sterpaglie e rifiuti), in quanto genera particolato che può depositarsi direttamente dall’atmosfera o attraverso le precipitazioni su frutta e verdura prima che vengano raccolti o sul suolo in cui questi crescono.
Una seconda fonte di preoccupazione per eventuali contaminazioni dei prodotti vegetali è l’utilizzo di pesticidi, sostanze in grado di uccidere un organismo indesiderato o, almeno, di esercitare nei suoi confronti un’azione di controllo o di limitazione (ad esempio, interferendo con i loro processi riproduttivi). Tutti i pesticidi chimici presentano la proprietà comune di bloccare un processo metabolico vitale per gli organismi su cui risultano tossici.
Oltre ad un rischio essenzialmente chimico, però, all’igiene di frutta e verdura è associato anche un rischio di tipo biologico, Ovvero la possibilità che durante il periodo della coltivazione, ma anche di conservazione, i prodotti vegetali siano venuti in contatto con insetti e animali vari, i quali potrebbero aver depositato su di essi escrementi o altri fluidi corporei, potenzialmente contaminati, a loro volta, da patogeni.

Come ci si può difendere da questi rischi?
Innanzitutto è fondamentale, così come ci insegnano genitori e nonni,  lavare bene con acqua corrente, anche per 2-3 volte. L'ideale è che sia tiepida (tranne per l'insalata, che va lavata in acqua fredda per evitare perdita di tonicità delle foglie).
Le verdure a scorza dura, come patate e carote, vanno trattate anche con una spazzola, mentre la frutta a grappolo o di piccole dimensioni (uva, ciliegie) vanno messe in ammollo (non troppo), sfregate delicatamente e cambiate di acqua un paio di volte.

Per uva, mele, prugne, pesche, pere e pomodori può essere sufficiente il trattamento con acqua. 

In alcuni casi è opportuno intervenire anche con qualche solvente, possibilmente di tipo naturale. No, quindi, agli additivi chimici, non è necessario utilizzare l'amuchina, poiché questi possono alterare il valore nutritivo del vegetale e possono, paradossalmente, lasciare tracce sulla superficie, per cui per scongiurare il rischio biologico genereremmo un rischio chimico.

In alternativa esistono dei metodi semplici ed anche economici che prevedono l'utilizzo di sostanze comunemente presenti nelle nostre case, come bicarbonato, limone e aceto.

In generale, possiamo elencare un efficace decalogo per garantire un consumo sicuro di frutta e verdura nelle nostre case : 
  1. Sciacquare bene ed energicamente tutto con acqua corrente (un occhio di riguardo alla frutta a grappolo e di piccole dimensioni…non distruggiamole!);
  2. Mantenere puliti i piani della cucina, di cottura e il frigo, pentole, posate e tutto ciò che entra in contatto con gli alimenti;
  3. Lavarsi sempre le mani con acqua tiepida e sapone prima di maneggiare gli alimenti;
  4. Non utilizzare sacchetti di plastica per conservare frutta e verdura;
  5. Non utilizzare prodotti chimici per la pulizia e la disinfezione degli alimenti;
  6. Evitiamo di consumare la frutta con la buccia;
  7. Se proprio dobbiamo consumare frutta con la buccia non trascuriamo nessun passaggio per la pulizia, compresi gli strofinamenti con panni e spazzole
  8. Lavare sempre tutte le parti, anche gli scarti: il contatto delle mani e delle stoviglie con parti "sporche" dell'alimento può contaminare anche la parte edibile;
  9. Tutte le parti danneggiate devono essere rimosse, potrebbero essere punti deboli per l'attacco di patogeni;
  10. Teniamo frutta e verdura lontano dalle carni non cotte per evitare il rischio di contaminazioni.

 Spesso si avanzano anche ipotesi di inquinanti contenuti nel suolo trasmessi attraverso le radici all’interno del vegetale, in prevalenza metalli pesanti. Per quanto riguarda quest’ultimo punto ci sono delle precisazioni da fare: le radici delle piante assorbono i nutrienti dal suolo attraverso l’acqua, ovvero per essere assorbita, una sostanza deve, in primis, essere solubile in acqua. Se non è solubile non entra nelle radici.

In condizioni “standard” le piante, attraverso un elaborato metodo di scambio cationico e grazie alla presenza di una sorta di barriera denominata “Banda del Caspary” (che funge da filtro per le sostanze in ingresso), riesce ad assorbire solo le sostanze ad essa necessarie, lasciando all’esterno le sostanze estranee o addirittura tossiche per essa.

Esistono casi in cui alcune sostanze “non previste” riescano a penetrare all’interno delle radici, ma solo se esistono gravi problemi legati a fattori fisici del suolo, carenze di particolari elementi essenziali o per problemi (seppur rari) di biodisponibilità dei nutrienti. In genere, quando il vegetale assorbe una sostanza non essenziale, soprattutto poiché in luogo di una sostanza essenziale, ne risente lo sviluppo della pianta stessa, per cui ne risulta danneggiata, muore o, se sopravvive, il suo aspetto indica una situazione non buona.


In ogni caso, le comuni pratiche agricole, sia convenzionali che biologiche, laddove applicate secondo i canoni, prevedono procedure (anche completamente naturali) per ovviare a questi problemi, analisi preliminari del suolo o utilizzo di fertilizzanti arricchiti di minerali per evitare deficit di elementi essenziali, per cui consumare prodotti ortofrutticoli di agricolture note e tracciate può fornire la garanzia necessaria ad assicurare la salubrità di ciò che mangiamo.

venerdì 20 febbraio 2015

#cittadiniatavola - la buona salute inizia a tavola

Dall'analisi della nostra alimentazione è possibile avere moltissime informazioni per capire quanto ci prendiamo cura del nostro corpo e del nostro sistema immunitario. Analizzare l'assunzione dei macro- e micro- nutrienti può determinare il livello di protezione da varie patologie che forniamo al nostro organismo e, allo stesso tempo, può evidenziare eventuali carenze che possono esporci maggiormente a rischi esterni.

S.I.N.A.S. - Società Italiana di Nutrizione, Ambiente e Salute presenta,nell'ambito del progetto #cittadiniatavola, un'indagine statistica sulle abitudini alimentari della popolazione di San Nicola la Strada (e non solo), attraverso l'analisi di un diario alimentare da compilare per 4 giorni consecutivi. 

I partecipanti riceveranno gratuitamente (entro qualche settimana) nella loro casella di posta elettronica un report con il resoconto dell'analisi della propria alimentazione, con indicazione dei livelli di assunzione giornaliera dei macro- e micro- nutrienti (fino alle singole vitamine, metalli e minerali) ed il confronto con i livelli di assunzione giornaliera raccomandati ufficiali a livello nazionale.



mercoledì 31 dicembre 2014

Il Biologico: questo sconosciuto

Si sente tanto parlare in giro di "biologico": allevamenti, coltivazioni, agricoltura, prodotti "BIO". Ma siamo sicuri di sapere di cosa si tratta?

Innanzitutto diciamo di cosa NON si tratta: 
Biologico non è sinonimo di light. Mangiare biologico non significa "dimagrire".
Biologico non è sinonimo di "non fa male". O, meglio, in presenza di una specifica patologia per la quale è controindicata l'assunzione di un determinato alimento (es. nella celiachia, nell'intolleranza al lattosio, nelle allergie, ecc) il divieto rimane anche per le versioni "BIO" dello stesso alimento.
Biologico non è pulito, almeno non completamente. Anche un frutto o un ortaggio biologici necessitano di lavaggio prima del consumo, perché potrebbe essersi depositata della polvere o perché potrebbero essere stati maneggiati da mani "sconosciute", per cui la buona prassi igienica prevede SEMPRE e COMUNQUE il lavaggio pre-consumo.

Detto cosa NON E' il biologico possiamo, ora, passare al cosa E'.

Le produzioni biologiche hanno iniziato a prendere piede da quando si è sviluppata una maggiore consapevolezza che i pesticidi, gli erbicidi, gli anticrittogamici, gli insetticidi, i farmaci che tanto hanno aiutato le produzioni agricole ed animali, proteggendole dai patogeni, se arrivavano ad uccidere gli organismi nocivi, probabilmente tanto bene non dovevano fare a chi mangiava quei prodotti trattati senza avere cura di pulirli a fondo. 

Quali sono i problemi legati all'ingestione di queste sostanze? Innanzitutto il rischio di intossicazione e avvelenamento da sostanza chimica, per concentrazioni molto elevate. Ma anche laddove i residui siano ridotti al minimo, se questo minimo viene, in ogni caso, consumato in maniera costante e cronica per una vita intera, può interferire con i sistemi endocrini del nostro organismo, causando disfunzioni o insorgenza di patologie, anche gravi.

A livello legislativo la comparsa di una norma relativa alle produzioni biologiche risale al 1991, con il Regolamento CEE n.2092, sostituito nel 2007 dal Regolamento CE n.834 e nel 2008 dal Regolamento CE n. 889, mentre nella normativa italiana è apparso nel 2009 con il D.M. 18354.

Il principio di base delle produzioni biologiche è il rispetto della natura, delle sue creature, dei suoi ambienti, delle sue leggi. Niente di sintetico e di intensivo deve intervenire nelle produzioni biologiche e sia gli animali che i vegetali non devono subire alcun maltrattamento durante la loro vita.

Le coltivazioni devono essere spontanee, non forzate da fertilizzanti di sintesi industriali, ma alimentate solo con prodotti naturali, residui di materiale organico, compost, letame. Non devono essere utilizzati pesticidi, fitofarmaci né alcuna altra sostanza di sintesi industriale, ma le coltivazioni devono essere preservate con metodi naturali, attraverso la scelta di specie più resistenti, la rotazione delle coltivazioni (ovvero non si coltiva due volte lo stesso prodotto nello stesso posto per evitare la colonizzazione dei patogeni specifici per quel vegetale), la disposizione delle varie coltivazioni in modo che una pianta sia repellente per il patogeno della pianta accanto, la plantumazione, intorno al campo coltivato, di specie arboree ed arbustive che siano da habitat per i predatori dei patogeni. 
Quando dovesse essere necessario intervenire con sostanze esterne,  è necessario che queste siano di origine naturale, estratti di piante, farina di roccia o minerali naturali. Il terreno non deve essere sfruttato in maniera intensiva, ma solo per quel che è in grado di dare.
In ogni caso, il Regolamento Europeo prevede una lista (detta lista positiva) di tutti i prodotti di origine naturale autorizzati per le coltivazioni biologiche.

Per quanto riguarda gli allevamenti biologici il principio di base è rispettare l'animale, i suoi ritmi, il suo habitat, i suoi tempi e le sue caratteristiche. Non esiste allevamento intensivo, gli animali vivono nel proprio habitat naturale, non vengono trattati con antibiotici, ormoni né alcuna altra sostanza che interferisca con il loro processo di crescita e di produzione (naturalmente in caso di necessità è consentito l'intervento veterinario per la cura di un singolo animale). Gli animali vivono in numero proporzionale allo spazio a loro disposizione, in caso di trasferimento il tragitto deve essere il più breve possibile, non devono essere maltrattati, forzati né devono essere loro somministrati tranquillanti durante il viaggio. L'alimentazione deve essere bilanciata e deve rispecchiare gli effettivi fabbisogni della specie e non deve includere alimenti arricchiti artificialmente, contenenti ormoni o farmaci di alcun tipo, non deve contenere residui animali (ad eccezione di latte e prodotti lattiero - caseari) né organismi geneticamente modificati. Naturalmente anche il cibo per gli animali di un allevamento biologico deve provenire da una coltivazione biologica.


mercoledì 5 novembre 2014

Frutta e verdura: come lavarle?

Per quanto al giorno d'oggi le normative europee impongano innumerevoli controlli di qualità nella filiera agroalimentare "dal produttore al consumatore", ci hanno sempre insegnato che la prudenza non è mai troppa.
In particolare, quando frutta e verdure arrivano nelle nostre cucine, non possiamo mai essere certi al 100% da dove arrivino e che strada abbiano fatto.
  1. Rischio pesticidi e diserbanti: nonostante negli ultimi decenni tantissime sostanze chimiche siano state bandite dalle aziende agricole a causa della loro tossicità, molte sono ancora pienamente utilizzate e, benché meno nocive del temutissimo DDT, non è che siano proprio dei toccasana per la nostra salute;
  2. Inquinamento: pur acquistando vegetali di coltivazione biologica dobbiamo comunque fare i conti con l'inquinamento dell'aria: smog, scarichi industriali, incenerimento di scarti agricoli o (peggio) di rifiuti abbandonati, sono tutte fonti di produzione di particolato che, per gravità, può depositarsi sui nostri prodotti della terra;
  3. Patogeni: l'agricoltura biologica è nata per contrastare il vasto utilizzo di sostanze chimiche che contaminano comunque i prodotti vegetali. Ma a loro volta l'utilizzo dei pesticidi è nato per preservare gli alimenti dall'attacco dei patogeni, per cui i vegetali biologici, pur garantendo una maggiore genuinità, hanno comunque un rischio più elevato di contaminazione da patogeni.
  4. Sporcizia: terra, polvere, tante mani che li hanno maneggiati, accatastamento in cassette e bauli di ignota origine... non possiamo esser certi di cosa sia stato a contatto con i nostri prodotti agroalimentari e che potrebbe essere rimasto depositato sulla superficie.
Questo basta a far capire quanto sia importante SEMPRE E COMUNQUE lavare bene frutta e ortaggi per garantire una buona qualità dell'alimento senza rischi di altro genere.

FONDAMENTALE, così come ci insegnano genitori e nonni, è lavare bene con acqua corrente, anche per 2-3 volte. L'ideale è che sia tiepida (tranne per l'insalata, che va lavata in acqua fredda per evitare perdita di tonicità delle foglie). Le verdure a scorza dura, come patate e carote, vanno trattate anche con una spazzola, mentre la frutta a grappolo o di piccole dimensioni (uva, ciliegie) vanno messe in ammollo (non troppo), sfregate delicatamente e cambiate di acqua un paio di volte.

Per uva, mele, prugne, pesche, pere e pomodori può essere sufficiente il trattamento con acqua. 

In alcuni casi è opportuno intervenire anche con qualche solvente, possibilmente di tipo naturale. NO, quindi, AGLI ADDITIVI CHIMICI, non è necessario utilizzare l'amuchina, poiché questi possono alterare il valore nutritivo del vegetale e possono, paradossalmente, lasciare tracce sulla superficie.

In alternativa esistono dei metodi semplici ed anche economici che prevedono l'utilizzo di sostanze comunemente presenti nelle nostre case:

Bicarbonato: mele, melanzane, peperoni, pere vanno trattate con una crema ottenuta da un mix di acqua e bicarbonato in rapporto 1:1, per gli altri alimenti si può optare per un ammollo di 15 minuti in una miscela di 1 litro d'acqua + 1 cucchiaio di bicarbonato (eventualmente con qualche goccia di limone, per aumentarne l'efficacia).
In alternativa si può preparare uno spray al bicarbonato con 1 cucchiaio di succo di limone, 1 cucchiaio di bicarbonato  ed 1 tazza d'acqua, il tutto inserito in uno spruzzino. Al momento si spruzza sulla frutta e sulla verdura da lavare, si lascia per 5-10 minuti e poi si risciacqua.
ATTEZIONE: acqua e bicarbonato sono un ottimo metodo per eliminare i patogeni, ma non per i pesticidi, per i quali il miglior metodo rimane un lavaggio energico con acqua corrente.

Aceto: sia l'aceto bianco che l'aceto di mele hanno delle ottime proprietà disinfettanti nei confronti dei patogeni, per cui sono tra i primi espedienti per la pulizia di frutta e verdura utilizzati in casa. Una miscela in acqua efficace è costituita da una rapporto di 2:1 tra acqua e aceto, ma è possibile creare delle varianti aggiungendo anche il limone o il sale o entrambi. Ad esempio, una miscela di 1/4 di tazza di aceto di mele + 1 grossa manciata di sale + abbondante acqua sono efficaci anche contro le spore delle muffe

In generale, possiamo elencare un efficace decalogo per garantire un consumo sicuro di frutta e verdura nelle nostre case:
  1. Sciacquare bene ed energicamente tutto con acqua corrente (un occhio di riguardo alla frutta a grappolo e di piccole dimensioni,,,non distruggiamole!);
  2. Mantenere puliti i piani della cucina, di cottura e il frigo, pentole, posate e tutto ciò che entra in contatto con gli alimenti;
  3. Lavarsi sempre le mani con acqua tiepida e sapone prima di maneggiare gli alimenti;
  4. Non utilizzare sacchetti di plastica per conservare frutta e verdura;
  5. Non utilizzare prodotti chimici per la pulizia e la disinfezione degli alimenti;
  6. Evitiamo di consumare la frutta con la buccia;
  7. Se proprio dobbiamo consumare frutta con la buccia non trascuriamo nessun passaggio per la pulizia, compresi gli strofinamenti con panni e spazzole
  8. Lavare sempre tutte le parti, anche gli scarti: il contatto delle mani e delle stoviglie con parti "sporche" dell'alimento può contaminare anche la parte edibile;
  9. Tutte le parti danneggiate devono essere rimosse, potrebbero essere punti deboli per l'attacco di patogeni;
  10. Teniamo frutta e verdura lontano dalle carni non cotte per evitare il rischio di contaminazioni.
E ricordiamo che un consumo costante di frutta e verdura 5 volte al giorno è alla base della buona alimentazione e di un'ottima prevenzione!