Visualizzazione post con etichetta agricoltura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta agricoltura. Mostra tutti i post

mercoledì 16 marzo 2016

Olio di palma: davvero così pericoloso?

Articolo apparso sul numero di febbraio 2016 di MONDO IES di dott.ssa Giovanna Corona

Era il 13 dicembre 2014, quando entrò in vigore il Regolamento Europeo 1169/2011, che riguardava l’etichettatura dei prodotti alimentari e i criteri da adottare per indicarne gli ingredienti. Un Regolamento Europeo, quindi valido in tutti i paesi membri, compresa l’Italia.
Tra le regole introdotte per l’etichettatura, una fece più rumore di tutte: l’obbligo, da parte dei produttori, di indicare la tipologia degli oli presenti, precedentemente indicati con la locuzione generica “oli vegetali”. Dal 13 dicembre in poi, avrebbero dovuto specificare se si trattava di olio di semi, olio di girasole o, ad esempio, olio di palma.
L’olio di palma, già in passato, era stato duramente criticato per le sue proprietà nutrizionali, ma verso la fine degli anni ’80 la polemica era andata scemando. In compenso gli anni ’90 hanno visto una notevole produzione scientifica riguardante questo prodotto e l’entrata in vigore del Regolamento Europeo ha rimesso di nuovo tutto in discussione.

Per quale motivo? Cos’è l’olio di palma e perché fa tanta paura? Il grasso di palma (denominazione più corretta in quanto a temperatura ambiente si presenta allo stato solido e non liquido) è un grasso vegetale saturo non idrogenato, estratto attraverso vari processi di tipo industriale dai frutti delle palme da olio. Alla fine della lavorazione se ne ricava un olio di colore rossastro, dovuto alla massiccia presenza di beta carotene. Trattandosi di un acido grasso saturo a lunga catena (16 atomi di carbonio), alcuni studi hanno portato alla conclusione che la sua assunzione possa aumentare i livelli di colesterolo LDL (il cosiddetto “colesterolo cattivo”) nel sangue ed aumentare, quindi, anche il rischio cardiovascolare. A questi, però, nel tempo, si sono contrapposti altri studi che, invece, hanno “scagionato” l’olio di palma dal rischio di aumento del colesterolo LDL, in quando esso contiene anche il 38% di acido oleico, noto anche con il nome omega – 9, che è, invece un grasso protettivo. Al momento attuale, la discordanza tra le conclusioni dei vari studi non ha ancora portato ad un giudizio definitivo riguardo agli effetti sulla salute dell’olio di palma, in relazione agli altri acidi grassi saturi (olio di cocco, olio di semi, ecc). Ciò che è certo, è che con gli acidi grassi insaturi (soprattutto monoinsaturi, tra i quali ricordiamo l’olio extravergine di oliva), non esistono diatribe ed il loro effetto sulla salute è benefico (grazie alla presenza dei polifenoli che tendono ad abbassare il livello di colesterolo LDL nel sangue).

Il vero problema legato all’olio di palma è l’abuso che se ne fa nella vita quotidiana. Poiché la sua produzione comporta un basso costo, è utilizzato tantissimo sia come ingrediente in prodotti alimentari da forno e confezionati, ma anche come ingrediente cosmetico, all’interno di saponi e creme.
La maggior parte della popolazione consuma più volte al giorno prodotti confezionati e prodotti da forno (fette biscottate, biscotti, merendine, derivati del pane) ed utilizza cosmetici, esponendosi ad un accumulo di olio di palma all’interno del proprio organismo.
Dopo il 13 dicembre 2014, con l’evidenziazione in etichetta della presenza di questo ingrediente, molti hanno orientato le proprie scelte verso prodotti privi di questo olio vegetale, spinti anche dal tormentone mediatico utilizzato dalle aziende produttrici stesse per pubblicizzare i propri prodotti “senza olio di palma”.

Ma se non c’è olio di palma cosa c’è in questi alimenti? In genere olio di girasole, olio di semi, burro, margarina che sono ugualmente acidi grassi saturi (il burro di origine animale, gli altri di origine vegetale), che, in quanto tali, hanno sul sangue gli stessi effetti dell’olio di palma. Anzi, ad un confronto più attento, l’olio di palma che mantiene il suo colore rossiccio (quindi non raffinato eccessivamente) contiene anche caroteni, coenzima Q10 e vitamina E, che, tutto sommato, sono sostanze utili al nostro organismo, particolare non sempre riscontrabile nei suoi sostituti.
Quindi il problema non può essere risolto?

Il problema può essere risolto ricorrendo alle buone prassi di sana alimentazione, ovvero, cercare di incentrare le proprie scelte verso alimenti più naturali e meno industriali, riservando ai prodotti confezionati solo alcune occasioni. Se abbiamo l’abitudine di far colazione con delle fette biscottate, ma per il resto della giornata evitiamo di consumare altri prodotti da forno derivati e ci focalizziamo su un consumo di pane e cereali integrali, scegliamo spuntini “fatti in casa” o a base di frutta e verdura, utilizziamo carne, pesce, formaggi, latticini e uova freschi, la presenza o meno dell’olio di palma a colazione sarà pressoché ininfluente.

Ma il problema dell’olio di palma non è solo di tipo nutrizionale. Poiché la produzione di olio di palma ha un costo relativamente basso, rispetto alle altre produzioni, a livello di mercato la richiesta è molto alta, per cui è necessario aumentare la coltivazione delle palme, di cui la gran parte è effettuata in Malesia. Questa grande richiesta ha favorito il disboscamento della foresta tropicale, poiché è lì che le condizioni climatiche consentono la crescita di tale pianta, ma ha anche favorito processi di rifertilizzazione del suolo che vengono attuati attraverso incendi appiccati alla foresta stessa. Questi fenomeni sono andati via via aumentando, fino a generare anche problemi di tipo sociale (ad es. limitazione del traffico aereo a causa della poca visibilità in atmosfera dovuta al fumo dei roghi).
A fronte delle polemiche sorte negli ultimi anni, che sono sfociate anche in petizioni ufficiali per l’arresto di queste bad practises agricole, il Malaysian Palm Oil Council (appunto, il maggior produttore in Malesia) ha iniziato ad attuare delle politiche di riduzione di impatto ambientale ed ultimamente ha avviato anche le procedure per ottenere delle certificazioni di sostenibilità.


Poiché, però, anche la produzione delle altre tipologie di oli vegetali non di palma genera problemi di sostenibilità (seppur di livello inferiore), il consiglio da poter dare è sempre lo stesso: innanzitutto informarsi sempre al meglio, sia a livello mediatico, attraverso fonti accreditate, sia a livello specifico, prendendo l’abitudine di leggere bene le etichette e comprendere cosa davvero contiene il prodotto che stiamo per consumare; inoltre è importante mantenere uno stile di vita (e, quindi, anche di alimentazione) sano, equilibrato e vario. E’ preferibile che i prodotti industriali integrino la nostra alimentazione e non ne diventino i componenti principali. In questo modo possiamo ridurre al minimo l’assunzione (e quindi anche gli effetti) di sostanze non proprio salutari e limitiamo lo sfruttamento smisurato e fuori controllo dell’ambiente, anche di quello che non ci tocca da vicino perché lontano da noi migliaia di km. A proposito, quando possibile, per dare una mano all’ambiente, scegliamo il km zero.  

mercoledì 31 dicembre 2014

Il Biologico: questo sconosciuto

Si sente tanto parlare in giro di "biologico": allevamenti, coltivazioni, agricoltura, prodotti "BIO". Ma siamo sicuri di sapere di cosa si tratta?

Innanzitutto diciamo di cosa NON si tratta: 
Biologico non è sinonimo di light. Mangiare biologico non significa "dimagrire".
Biologico non è sinonimo di "non fa male". O, meglio, in presenza di una specifica patologia per la quale è controindicata l'assunzione di un determinato alimento (es. nella celiachia, nell'intolleranza al lattosio, nelle allergie, ecc) il divieto rimane anche per le versioni "BIO" dello stesso alimento.
Biologico non è pulito, almeno non completamente. Anche un frutto o un ortaggio biologici necessitano di lavaggio prima del consumo, perché potrebbe essersi depositata della polvere o perché potrebbero essere stati maneggiati da mani "sconosciute", per cui la buona prassi igienica prevede SEMPRE e COMUNQUE il lavaggio pre-consumo.

Detto cosa NON E' il biologico possiamo, ora, passare al cosa E'.

Le produzioni biologiche hanno iniziato a prendere piede da quando si è sviluppata una maggiore consapevolezza che i pesticidi, gli erbicidi, gli anticrittogamici, gli insetticidi, i farmaci che tanto hanno aiutato le produzioni agricole ed animali, proteggendole dai patogeni, se arrivavano ad uccidere gli organismi nocivi, probabilmente tanto bene non dovevano fare a chi mangiava quei prodotti trattati senza avere cura di pulirli a fondo. 

Quali sono i problemi legati all'ingestione di queste sostanze? Innanzitutto il rischio di intossicazione e avvelenamento da sostanza chimica, per concentrazioni molto elevate. Ma anche laddove i residui siano ridotti al minimo, se questo minimo viene, in ogni caso, consumato in maniera costante e cronica per una vita intera, può interferire con i sistemi endocrini del nostro organismo, causando disfunzioni o insorgenza di patologie, anche gravi.

A livello legislativo la comparsa di una norma relativa alle produzioni biologiche risale al 1991, con il Regolamento CEE n.2092, sostituito nel 2007 dal Regolamento CE n.834 e nel 2008 dal Regolamento CE n. 889, mentre nella normativa italiana è apparso nel 2009 con il D.M. 18354.

Il principio di base delle produzioni biologiche è il rispetto della natura, delle sue creature, dei suoi ambienti, delle sue leggi. Niente di sintetico e di intensivo deve intervenire nelle produzioni biologiche e sia gli animali che i vegetali non devono subire alcun maltrattamento durante la loro vita.

Le coltivazioni devono essere spontanee, non forzate da fertilizzanti di sintesi industriali, ma alimentate solo con prodotti naturali, residui di materiale organico, compost, letame. Non devono essere utilizzati pesticidi, fitofarmaci né alcuna altra sostanza di sintesi industriale, ma le coltivazioni devono essere preservate con metodi naturali, attraverso la scelta di specie più resistenti, la rotazione delle coltivazioni (ovvero non si coltiva due volte lo stesso prodotto nello stesso posto per evitare la colonizzazione dei patogeni specifici per quel vegetale), la disposizione delle varie coltivazioni in modo che una pianta sia repellente per il patogeno della pianta accanto, la plantumazione, intorno al campo coltivato, di specie arboree ed arbustive che siano da habitat per i predatori dei patogeni. 
Quando dovesse essere necessario intervenire con sostanze esterne,  è necessario che queste siano di origine naturale, estratti di piante, farina di roccia o minerali naturali. Il terreno non deve essere sfruttato in maniera intensiva, ma solo per quel che è in grado di dare.
In ogni caso, il Regolamento Europeo prevede una lista (detta lista positiva) di tutti i prodotti di origine naturale autorizzati per le coltivazioni biologiche.

Per quanto riguarda gli allevamenti biologici il principio di base è rispettare l'animale, i suoi ritmi, il suo habitat, i suoi tempi e le sue caratteristiche. Non esiste allevamento intensivo, gli animali vivono nel proprio habitat naturale, non vengono trattati con antibiotici, ormoni né alcuna altra sostanza che interferisca con il loro processo di crescita e di produzione (naturalmente in caso di necessità è consentito l'intervento veterinario per la cura di un singolo animale). Gli animali vivono in numero proporzionale allo spazio a loro disposizione, in caso di trasferimento il tragitto deve essere il più breve possibile, non devono essere maltrattati, forzati né devono essere loro somministrati tranquillanti durante il viaggio. L'alimentazione deve essere bilanciata e deve rispecchiare gli effettivi fabbisogni della specie e non deve includere alimenti arricchiti artificialmente, contenenti ormoni o farmaci di alcun tipo, non deve contenere residui animali (ad eccezione di latte e prodotti lattiero - caseari) né organismi geneticamente modificati. Naturalmente anche il cibo per gli animali di un allevamento biologico deve provenire da una coltivazione biologica.